La sua opera
Cesare Pavese (1908-1950) è studioso, poeta, narratore, editore durante la sua esistenza di carne e di carta, e poi in un al di là anche digitale che è la forma attraverso cui oggi si presenta qui. Una vita trascorsa principalmente a Torino (studio e lavoro) e Santo Stefano Belbo (CN), dove è nato e tornato spesso, con rare trasgressioni: il confino politico a Brancaleone Calabro (RC) tra l’agosto del 1935 e il marzo del 1936, le missioni per istruire a Roma la sede di Einaudi tra il 1942 e il 1947.
I poli della sua vocazione intellettuale, sopra accennati, si danno per bruschi trapassi o attraverso lunghe persistenze, la più emblematica delle quali è segnalata dalla poesia, che chiude in un cerchio l’esordio di Lavorare stanca (Edizioni di Solaria, Firenze 1936) e il congedo (postumo) di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (Einaudi, Torino 1951). In principio, però, era stato lo studioso (i saggi su «La Cultura» dal 1930) e il traduttore (per Frassinelli, Bemporad, Mondadori, Bompiani) di letteratura nordamericana: una dimensione di tessitore culturale che darà i suoi frutti più maturi in Einaudi, presso cui Pavese è esemplare impiegato (e successivamente direttore editoriale) fin dal 1938.
Il grande pubblico, invece, aveva cominciato a conoscerlo attraverso i romanzi (tutti pubblicati per Einaudi, fin dal primo, Paesi tuoi, 1941) e i racconti, cui l’autore dedicherà le sue energie creative a partire dal 1939, con due parentesi legate alla seconda edizione di Lavorare stanca (Einaudi, 1943) e alla pubblicazione in rivista dei versi di La terra e la morte (1947). Fama e consensi crescenti otterrà il narratore – attraverso Feria d’agosto (1946), Il compagno e I dialoghi con Leucò (1947) –, suggellati dal Premio Strega del 1950 per il trittico della Bella estate (1949) e dall’eco suscitata dall’ultimo romanzo, La luna e i falò.